Quando il “noi” diventa una gabbia
Ogni giorno ascoltiamo frasi che sembrano ovvie: «Questa terra è nostra», «queste risorse ci appartengono», «questa identità va difesa». Sono parole che danno un senso di sicurezza, soprattutto in tempi incerti. Ma spesso sono anche le stesse parole che giustificano violenza, esclusione, chiusura.
Quando l’identità smette di essere un punto di partenza e diventa un criterio assoluto, qualcosa si inceppa. È qui che entra in gioco un meccanismo mentale poco visibile, ma molto potente. Il filosofo e riformatore sociale indiano Prabhat Ranjan Sarkar ha chiamato questo meccanismo geosentimento. Con questo termine Sarkar intende una forma di attaccamento emotivo a un luogo, a un territorio, a un “qui”, che prende il posto della valutazione razionale. Non è il naturale affetto per la propria terra o cultura, ma un passaggio più sottile: il momento in cui il “dove” diventa più importante del “ha senso”.
In questa logica, le decisioni non vengono più prese chiedendosi se sia giusto, utile, sostenibile, se si danneggi qualcun altro. Piuttosto si affermano concetti di appartenenza territoriale, di identità culturali legate alla singola regione in cui si vive. Quando questo accade, la razionalità viene sospesa. E ciò che segue non è più una scelta, ma una reazione.
Una dinamica che vediamo ogni giorno: il geosentimento non è un’astrazione teorica ma una realtà che attraversa molti conflitti contemporanei. La vediamo quando territori vengono occupati o difesi con la violenza perché ritenuti “legittimi” per diritto storico, religioso o identitario. La vediamo quando gruppi armati colpiscono civili convinti che la causa renda ogni mezzo accettabile. In questi casi, il territorio smette di essere uno spazio da condividere e diventa un simbolo sacralizzato, per il quale si è disposti a sospendere ogni criterio etico universale.
Il meccanismo è spesso speculare: cambiano i fronti, non la logica. Quando il “noi” diventa assoluto, l’altro smette di essere una persona e diventa un ostacolo.
La stessa logica agisce anche nell’economia e nella politica. Interessi materiali vengono rivestiti di linguaggi identitari o geopolitici: risorse naturali come petrolio o minerali strategici vengono contese non in base al bene delle popolazioni coinvolte, ma in nome dell’appartenenza territoriale.
Si prendono così decisioni che non rispondono alla domanda «è utile e giusto?», ma a un’altra, più semplice e più pericolosa: «è nostro?».
In molte aree del mondo, in particolare in diversi contesti africani, questa logica produce confini armati, conflitti ricorrenti, instabilità cronica. Chi fugge da queste situazioni viene spesso trattato come un problema, invece che come l’effetto diretto di politiche fondate sull’appropriazione e sull’esclusione. Il “noi” si difende costruendo muri, mentre le conseguenze vengono scaricate su chi ha meno voce.
Secondo Sarkar, uno degli effetti più gravi del geosentimento è la riduzione di ciò che dovrebbe essere una legge etica valida per tutti a una forma locale e territoriale.
Per indicare questo principio etico universale, Sarkar usa il termine Dharma. Non una religione, ma l’insieme dei criteri di giustizia, responsabilità e rispetto che dovrebbero valere ovunque e per ogni essere umano. Il problema nasce quando questa visione ampia viene ristretta a una religione locale, a un luogo “sacro”, a una tradizione particolare. In quel momento, ciò che dovrebbe unire diventa motivo di separazione. La geografia prende il posto del giudizio morale.
A questo punto Sarkar introduce un chiarimento decisivo: la razionalità non è un atteggiamento freddo o disumano. È ciò che protegge una dimensione profonda dell’essere umano. Sarkar parla di sentimento devozionale, ma non intende la religiosità emotiva o il ritualismo. Si riferisce a una dedizione interiore a valori universali, a ciò che orienta una persona quando non agisce solo per interesse, paura o appartenenza. In termini laici, potremmo chiamarlo orientamento etico-esistenziale.
Proprio perché potente, questa forza ha bisogno della razionalità. Senza di essa, può degenerare in fanatismo, superstizione, cieca identificazione con un gruppo o un territorio. La razionalità non spegne il sentimento: lo mantiene aperto, critico, universale.
Il pensiero di Sarkar non offre soluzioni semplici né slogan rassicuranti. Offre criteri di discernimento. In un tempo segnato da polarizzazioni, nazionalismi e conflitti identitari, la sua proposta è esigente: non rinunciare al sentimento, ma non consegnarlo mai a ciò che divide.
Se il “noi” giustifica tutto, chi resta ancora da proteggere? E fino a che punto difendere un’identità vale la perdita della ragione?










