Non insegniamo a recitare. Insegniamo a incontrarsi.

19 Agosto 2026

«Ma cosa fate, esattamente, durante un laboratorio di teatro?»

È una delle domande che ci sentiamo rivolgere più spesso. Molti immaginano un copione da imparare, una parte da interpretare, una recita da preparare. In realtà, almeno all’inizio, accade ben altro.

Può capitare che un incontro inizi con una semplice camminata nello spazio. Nessuno parla. Si ascolta il ritmo dei propri passi, si osserva la presenza degli altri, si scopre che una stanza può diventare un luogo da abitare insieme.

Poi arriva un gioco. Uno di quelli che fanno sorridere senza mettere nessuno in difficoltà. Un gioco in cui non esistono primi della classe e ultimi della fila. Ognuno parte dallo stesso punto: quello della propria autenticità.

Poco alla volta il gruppo cambia. Chi all’inizio teneva gli occhi bassi comincia ad alzarli. Chi parlava troppo scopre il valore dell’ascolto. Chi aveva paura di sbagliare si accorge che l’errore può diventare un’occasione creativa. È qui che il teatro smette di essere una tecnica e diventa un’esperienza umana.

Naturalmente si lavora anche sulla voce, sul movimento, sull’espressività. Si impara a usare il corpo come strumento di comunicazione, a respirare, a osservare, a raccontare una storia. Ma tutto questo non è il punto di partenza.

Il punto di partenza è la relazione. Perché nessuno può esprimersi davvero se prima non si sente accolto. Nessuno può mettersi in gioco se teme il giudizio. Nessuno può creare insieme agli altri se vive il gruppo come una competizione.

Per questo ogni esercizio ha un obiettivo che va oltre il risultato teatrale. Un semplice gioco di improvvisazione può insegnare ad ascoltare. Un’attività sul movimento può sviluppare fiducia reciproca. Un racconto costruito insieme può aiutare a comprendere punti di vista diversi dal proprio.

Alla fine, lo spettacolo è solo la parte visibile del percorso. Il vero spettacolo è quello che non compare sul palco: il bambino che prende finalmente la parola; l’adolescente che scopre di poter guidare un gruppo senza imporsi; l’adulto che ritrova il piacere di giocare; la persona più timida che, quasi senza accorgersene, smette di nascondersi.

Per questo diciamo spesso che non insegniamo semplicemente a recitare. Cerchiamo di creare le condizioni perché le persone possano incontrare gli altri e, forse, anche una parte nuova di sé.

 

 

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