Bambini giocano costruendo una storia sotto lo sguardo di un animatore

Il gioco è una cosa seria

2 Agosto 2026

Al centro della stanza c’è un bastone.

Per qualcuno diventa una spada. Un altro lo usa come remo. Una bambina lo posa a terra e dice che è il confine di un regno nel quale nessuno può entrare. Qualcuno lo trasforma nel bastone di una persona molto anziana; un altro ancora in un microfono.

Il bastone è sempre lo stesso. È cambiato lo sguardo.

Il gioco comincia proprio qui: nel momento in cui una cosa può diventare anche qualcos’altro.

Non è una fuga dalla realtà. È la scoperta che la realtà non è sempre chiusa dentro la prima forma con cui si presenta.

 

Vedere ciò che ancora non c’è

Quando un bambino gioca, non si limita a riprodurre il mondo. Lo interpreta, lo modifica, ne immagina versioni nuove.

Una sedia può diventare un trono, una nave o una montagna. Una stanza vuota può trasformarsi in una foresta. Un gesto può far apparire un personaggio che, un istante prima, non esisteva.

In questa capacità apparentemente semplice si trova qualcosa di profondamente umano: la possibilità di immaginare ciò che ancora non c’è.

Ogni trasformazione nasce prima nello sguardo. Per costruire qualcosa di nuovo bisogna riuscire a non considerare inevitabile ciò che già esiste.

Il gioco educa proprio questa facoltà. Ci ricorda che un oggetto può assumere un altro significato, che una storia può prendere una direzione inattesa e che una situazione può essere osservata da più punti di vista.

 

Provare a essere diversi

Nel gioco teatrale si può entrare temporaneamente in un altro modo di essere.

Una persona timida può interpretare un re. Chi è abituato a comandare può diventare qualcuno che ha bisogno di aiuto. Un bambino impaziente può assumere il ruolo di una tartaruga che parla e si muove lentamente.

Non significa fingere di essere ciò che non si è. Significa sperimentare possibilità che normalmente rimangono nascoste.

Il personaggio crea una piccola distanza. Permette di pronunciare parole, esprimere emozioni e compiere gesti senza sentirsi immediatamente giudicati.

«Non sono io, è il personaggio» può diventare una protezione. Ma proprio dietro quella protezione una persona può incontrare qualcosa di sé che ancora non conosceva.

Il teatro non assegna un’identità definitiva. Offre ruoli dai quali si può entrare e uscire. In questo movimento insegna che nessuno coincide interamente con l’immagine che gli altri hanno costruito di lui.

 

Giocare insieme

Il gioco non è soltanto libertà individuale.

Quando si gioca da soli, si può cambiare continuamente storia. Quando si gioca insieme, bisogna fare i conti con l’immaginazione degli altri.

Se un bambino afferma che il bastone è un remo e un altro continua a usarlo come spada, la storia fatica a nascere. Qualcuno deve accogliere la proposta, modificarla oppure trovare un modo per collegare le due idee.

Giocare insieme richiede una forma particolare di ascolto: non basta udire ciò che l’altro dice; bisogna permettere che la sua proposta cambi almeno in parte la nostra.

È un esercizio difficile anche per gli adulti. Siamo spesso disposti a collaborare finché gli altri seguono la direzione che abbiamo già deciso.

Il gioco teatrale insegna invece a costruire qualcosa che nessuno aveva progettato completamente da solo.

 

La libertà ha bisogno di regole

A prima vista, gioco e regole sembrano opposti. In realtà, senza regole condivise il gioco si dissolve.

Occorre rispettare lo spazio degli altri, ascoltare un segnale, attendere il proprio momento, non deridere chi propone qualcosa di insolito. È necessario accettare che non si possa vincere sempre, parlare sempre o guidare continuamente il gruppo.

La regola non limita la creatività. La rende possibile.

Anche l’improvvisazione più libera nasce da una cornice comune. Dentro quella cornice ogni partecipante può rischiare una proposta sapendo che gli altri cercheranno di accoglierla.

Il gioco diventa così una piccola esperienza di convivenza: ciascuno è libero, ma la sua libertà esiste insieme a quella degli altri.

 

Perché gli adulti smettono di giocare?

Il gioco viene spesso considerato una cosa da bambini.

Crescendo, impariamo a controllarci, a evitare ciò che potrebbe farci apparire goffi e a proteggere l’immagine che abbiamo costruito. Ci viene chiesto di essere seri, efficienti e prevedibili.

Ma essere seri non significa necessariamente rinunciare al gioco.

Giocare significa accettare, per qualche momento, di non sapere già che cosa accadrà. Significa tollerare l’imprevisto, esporsi senza avere il controllo completo e lasciare che qualcosa ci sorprenda.

Forse è proprio questo che diventa difficile con il passare degli anni.

Nel laboratorio teatrale anche un adulto può riscoprire il piacere di inventare senza dover produrre immediatamente un risultato utile. Può sospendere i ruoli abituali e incontrare gli altri in uno spazio meno rigido.

 

Immaginare che qualcosa possa cambiare

Il gioco non risolve i problemi della realtà. Ma impedisce di considerarli immutabili.

Chi sa immaginare che un bastone possa diventare un remo possiede, in forma elementare, la capacità di vedere possibilità dove prima sembrava esserci una sola strada.

Per questo il gioco è una cosa seria.

Non perché debba diventare pesante o didattico, ma perché custodisce la libertà di provare, cambiare prospettiva e costruire qualcosa insieme.

Quando smettiamo completamente di giocare, rischiamo di credere che il mondo possa essere soltanto così com’è.

Il teatro ci ricorda invece che una storia può ancora cambiare direzione.

 

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