adolescnti in cerchio, presente un adulto, si parlano

Raccontare e raccontarsi

5 Agosto 2026

Un bambino inventa la storia di un drago che non riesce a sputare fuoco.

Gli altri draghi lo deridono. Lui prova, si sforza, si arrabbia, ma dalla bocca esce soltanto un po’ di fumo. Alla fine scopre di saper produrre una luce azzurra che illumina il cammino durante la notte.

Forse è soltanto una storia.

Forse quel bambino conosce bene la sensazione di non riuscire a fare ciò che gli altri si aspettano da lui. Non è necessario domandarglielo. La storia gli ha già permesso di dare una forma a qualcosa: la paura di essere inadeguato, il desiderio di essere accolto, la possibilità di scoprire un valore diverso.

Raccontare significa spesso parlare di sé senza doverlo fare direttamente.

Le storie creano una distanza

Dire «io ho paura» può essere difficile. Raccontare di un personaggio che attraversa un bosco buio può esserlo un po’ meno.

La storia introduce una distanza tra la persona e ciò che prova. Quella paura non è più soltanto dentro di lei: appartiene anche al personaggio, al bosco, ai rumori che si sentono nel buio.

Può essere osservata, modificata e condivisa.

Questo non significa nascondersi dietro la finzione. Al contrario, la finzione permette, a volte, di avvicinarsi alla realtà con maggiore libertà.

Nel teatro un’emozione può diventare un gesto, un conflitto può trasformarsi in una scena, una domanda può essere affidata a un personaggio. Ciò che nella vita appare confuso acquista un luogo, un tempo e una forma.

Non tutto deve essere spiegato

Gli adulti sono spesso tentati di interpretare immediatamente le storie dei bambini.

«Il drago rappresenta te.»
«Il bosco è la tua paura.»
«Quel personaggio è qualcuno della tua famiglia.»

Ma una storia perde parte della propria forza quando viene ridotta troppo rapidamente a una spiegazione.

Il drago può essere il bambino, ma può anche essere soltanto un drago. Può rappresentare molte cose contemporaneamente, oppure assumere significati diversi nel tempo.

Il compito educativo non consiste nel decifrare ogni simbolo, come se dietro ciascun racconto fosse nascosto un messaggio segreto. Consiste piuttosto nell’offrire uno spazio nel quale le immagini possano nascere, svilupparsi e parlare.

A volte comprendiamo una storia molto tempo dopo averla raccontata.

 

Entrare nella storia di un altro

Raccontare non significa soltanto esprimere il proprio mondo.

Quando una storia viene costruita insieme, bisogna accogliere anche le immagini degli altri.

Un bambino decide che il protagonista deve combattere. Un altro propone che provi a parlare con il nemico. Qualcuno vuole una conclusione felice; qualcun altro immagina che non tutto possa essere risolto.

La storia comune nasce dall’incontro tra queste visioni.

Per continuarla, ciascuno deve rinunciare almeno in parte a possederla. Deve ascoltare ciò che gli altri hanno introdotto e lasciarsi condurre in una direzione che non aveva previsto.

Anche interpretare un personaggio richiede questo spostamento. Per qualche momento bisogna provare a vedere il mondo con i suoi occhi.

Non è necessario approvare le sue azioni. Ma occorre domandarsi che cosa desidera, che cosa teme e perché agisce in quel modo.

In questa esperienza elementare si trova una prima forma di empatia: riconoscere che l’altro possiede un punto di vista che non coincide con il nostro.

 

Le storie non dividono sempre il bene dal male

Nei racconti più semplici il buono e il cattivo sono facilmente riconoscibili. Ma crescendo scopriamo che le persone e le situazioni sono più complesse.

Chi compie un gesto sbagliato può avere paura. Chi sembra forte può essere fragile. Chi vuole proteggere qualcuno può finire per impedirgli di crescere. Due persone possono avere entrambe delle ragioni e, nello stesso tempo, ferirsi.

Il teatro permette di entrare in questa complessità senza dover trovare subito una soluzione.

Una scena su un litigio può essere rappresentata più volte, scambiando i ruoli. Chi prima accusava diventa la persona accusata. Chi era escluso prova a interpretare chi aveva escluso.

La realtà non cambia automaticamente. Ma cambia lo sguardo con cui viene osservata.

Il teatro educativo non dovrebbe consegnare sempre una morale già pronta. Può invece aiutare a formulare domande migliori.

 

Anche il silenzio racconta

Non tutte le persone desiderano parlare di sé, e nessuno dovrebbe essere costretto a farlo.

«Raccontarsi» non significa confessare pubblicamente la propria vita. Nel laboratorio teatrale una persona può partecipare anche attraverso un’immagine, un movimento, una musica, un oggetto o un personaggio inventato.

Può raccontare qualcosa senza dichiarare che le appartiene.

Occorre rispettare questa distanza. Il laboratorio educativo non è una seduta terapeutica e chi lo conduce non deve spingere i partecipanti a rivelare esperienze intime.

La fiducia nasce anche dalla certezza di poter scegliere che cosa mostrare e che cosa conservare per sé.

Perfino un silenzio può far parte della storia, senza dover essere immediatamente riempito o spiegato.

 

Dare una forma all’esperienza

Viviamo continuamente avvenimenti, ma non sempre riusciamo a trasformarli in esperienza.

Le cose accadono, si accumulano e spesso rimangono dentro di noi senza un ordine. Raccontare significa scegliere un inizio, riconoscere un passaggio, collegare un’azione alle sue conseguenze e immaginare una conclusione possibile.

La storia non riproduce semplicemente ciò che è accaduto. Gli attribuisce un significato.

Questo vale per il bambino che inventa un drago, per l’adolescente che costruisce una scena sul bisogno di essere accettato e per l’adulto che, attraverso un personaggio, osserva da una prospettiva nuova una parte della propria vita.

Il teatro non ci permette di riscrivere il passato. Può però aiutarci a non rimanere prigionieri di un’unica interpretazione.

Raccontiamo per ricordare, per comprendere, per condividere. A volte raccontiamo anche per immaginare una direzione diversa.

Il drago che non sapeva sputare fuoco non è diventato uguale agli altri. Ha scoperto di poter illuminare la notte.

Forse le storie servono anche a questo: non a dirci una volta per tutte chi siamo, ma ad aprire uno spazio nel quale possiamo ancora diventare qualcosa di nuovo.

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